Preghiera Monastica e Lavoro

Le nostre giornate sono molto piene, in parte perché siamo una nuova comunità e c’è molto lavoro da fare, in parte perché la Regola stabilisce un ritmo di vita nel quale la preghiera e il lavoro si alternano in una sorta di danza solenne.
I primi padri monastici erano desiderosi di rispondere al comando del Signore di pregare incessantemente. Quando San Benedetto stabilisce i sette momenti di preghiera pubblica durante il giorno, lo fa sapendo che il sette è un numero mistico che esprime completezza e totalità. Quando dispone i tempi della lectio divina, o della devota meditazione sulle Sacre Scritture, vuole che la preghiera diventi una parte così importante della vita di un monaco, una parte del suo respiro, che scaturisca spontaneamente dal cuore. L’offerta quotidiana del Santo Sacrificio della Messa con una solenne bellezza liturgica, cattura il cuore della vocazione monastica. San Benedetto dice di preferire altro all’amore di Cristo: dove si mostra l’amore di Cristo più chiaramente che nel supremo dono di se stesso “pro nobis” sulla Croce?
San Benedetto dice che il monaco, quando emette i voti, deve porre sull’altare, al momento dell’Offertorio, il documento della sua professione, per essere offerto a Dio Padre insieme al sacrificio di Cristo. Perciò in un senso molto reale, l’fferta quotidiana della Messa è un rinnovo da parte del monaco della sua offerta a Dio, del suo “Suscipe”.
Il lavoro è sempre stato una caratteristica del monaco – ogni tipo di lavoro, manuale, e intellettuale – ma sempre eseguito con cura e riverenza, tanto che gli stessi utensili del monastero devono essere trattati come i sacri vasi dell’altare.
La nostra vita monastica si svolge nella comunità, in quella scuola di carità dove impariamo a dare noi stessi per il bene dei nostri fratelli. Ci sono i monaci di ogni tipo e specie. In ogni communità consolidata c’è spesso l’intero panorama delle personalità, da un estremo all’altro della gamma. Vivere insieme lima le parti più spigolose dei nostri caratteri. La lunga pratica della pazienza e del perdono conduce ad un affetto genuino per i nostri confratelli e ad un apprezzamento delle loro molteplici qualità che possono essere molto differenti dalle nostre.
“E’ questo zelo che i monaci devono esercitare con ferventissimo amore, cioè si prevengano l’un l’altro nel rendersi onore (Rm 12,10), sopportino con somma pazienza le proprie miserie fisiche e morali; si prestino a gara obbedienza reciproca, nessuno segua quel che gli sembra utile per sé, ma piuttosto ciò che è utile agli altri; si amino fraternamente con casta dilezione; temano Dio nell’amore; amino il loro abate con sincera e umile carità; nulla assolutamente antepongano a Cristo: il quale ci conduca tutti insieme alla vita eterna.” (RB 72, 3-12).






